Patologie del ginocchio

Rottura del Legamento Crociato Anteriore (LCA), Lesione Legamento Crociato Posteriore, Lesione dei Legamenti Collaterali (LCM, LCL) del Gomito, Frattura del Piatto Tibiale, Artrosi del Ginocchio, Protesi di Ginocchio, Lesione del Menisco, Lussazione della Rotula, Frattura della Rotula, Lesione del Tendine Rotuleo, Sindrome Femoro - Rotulea, Lesione Cartilagine, Sindrome di Osgood-Schlatter, Sindrome della Bandelletta Ileo-Tibiale, Tendinopatia Rotulea, Frattura di Tibia e Perone.

ROTTURA DEL LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE (LCA)

La rottura del legamento crociato anteriore (LCA) è molto frequente specie in chi pratica sport di alto impatto come il calcio, lo sci, il volley e il basket.

I sintomi della rottura del legamento crociato anteriore (LCA) possono variare in modo significativo da paziente a paziente; il quadro tipico prevede un dolore intenso, gonfiore molto marcato che insorge rapidamente e sensazione di cedimento con importante limitazione funzionale.

La diagnosi si basa sul racconto del paziente e sull’esame clinico che si avvale di opportuni test per valutare la stabilità passiva del ginocchio. Nella maggior parte dei casi viene richiesta una risonanza magnetica (RMN) per valutare anche eventuali lesioni associate a carico dei menischi, dei legamenti collaterali e della cartilagine.
Nel caso di rottura del legamento crociato anteriore (LCA), la scelta tra il percorso conservativo o l’intervento chirurgico è complessa e deve tener conto di numerosi elementi: l’età del paziente, il grado di instabilità, la presenza o meno di lesioni associate e il livello di attività sportiva.

In tutti i casi è fondamentale seguire un appropriato ciclo di riabilitazione.
Le tecniche chirurgiche utilizzate più frequentemente per la ricostruzione del legamento
crociato anteriore (LCA) sono sostanzialmente 3:

– Ricostruzione con tendini del semitendinoso (ST) e gracile (GR)
– Ricostruzione con tendine rotuleo
– Ricostruzione con allograft (tendine da donatore)
– La ricostruzione LCA con tendini del semitendinoso e gracile è ormai la più diffusa, prevede l’utilizzo dei tendini di due muscoli flessori mediali di coscia che vengono poi fatti passare attraverso un tunnel osseo in articolazione.
– L’intervento è effettuato in artroscopia.

Nella fase riabilitativa bisognerà rispettare i tempi di guarigione dei muscoli flessori della coscia da cui è stato effettuato il prelievo.
La ricostruzione LCA con tendine rotuleo prevede l’espianto del terzo centrale del tendine rotuleo attraverso una cicatrice mediana di circa 5 cm e poi il suo inserimento in articolazione attraverso un tunnel osseo sotto guida artroscopica.
Questo tipo di intervento tende ad indebolire l’apparato estensore del ginocchio e pertanto carichi eccessivi in riabilitazione possono causare fastidiose tendinopatie a carico del tendine rotuleo e del tendine quadricipitale ritardando i tempi di recupero.
La ricostruzione LCA con allograft (tendine da donatore) è un innesto ottenuto da un tendine d’Achille o rotuleo da donatore. L’intervento ha il vantaggio di non prevedere il prelievo di tendini del paziente, evitando così di indebolire i flessori di coscia o il quadricipite come nei precedenti due interventi.
A seconda delle equipe ortopediche viene consigliato o meno un tutore nel post-operatorio.
Quasi sempre l’uso di stampelle viene protratto per circa 3 settimane.
La riabilitazione in seguito alla ricostruzione del legamento crociato anteriore inizia già in seconda giornata in ospedale o a domicilio, mentre arriverai da noi mediamente in quinta giornata per proseguire l’iter riabilitativo che ti porterà al recupero completo secondo i modi e i tempi previsti.

La rieducazione si protrae mediamente per quattro/sei mesi
Il trattamento della lesione del legamento crociato anteriore (LCA) può essere di due tipi: conservativo e chirurgico, anche se la stragrande maggioranza dei pazienti propende per la via chirurgica per i problemi di instabilità e di artrosi precoce derivanti dalla rottura. La tecnica chirurgica più utilizzata è quella che usa come neolegamento il tendine del semitendinoso e gracile della stessa gamba.

Fasi della Riabilitazione

Fase 1 (Dall’intervento al 15° Giorno post Intervento)

Obiettivi

– Recuperare pienamente l’estensione del ginocchio
– ROM 0-90°
– Ridurre/Eliminare dolore e tumefazione del ginocchio
– Iniziare recupero tono muscolare Quadricipite, Tensore della Fascia Lata
– Favorire la cicatrizzazione della ferita chirurgica

Trattamento

Arto elevato, bendaggio compressivo, ghiaccio 10 die 5’ per ora
Utilizzo della ginocchiera ortopedica secondo indicazione del Chirurgo. Possibile rimuoverla per applicazione Elettrostimolazione del muscolo Quadricipite e Crioterapia locale
Sblocco progressivo delle ginocchiera secondo recupero dell’articolarità del ginocchio
Deambulazione con 2 stampelle e carico parziale al di sotto della soglia del dolore .
Mobilizzazione passiva assistita dal fisioterapista con particolare riguardo al precoce recupero dell’estensione del ginocchio,evitando Assolutamente di forzare la flessione del Ginocchio in posizione Prona.
Rinforzo muscolare isometrico Quadricipite
Esercizi propriocettivi in scarico (palla sotto al piede-disegni con il piede sul pavimento)
Crioterapia in compressione del ginocchio al termine della seduta Fisioterapica
14° gg postoperatorio: rimozione punti di sutura

Fase 2 (dal 15° giorno al 30° giorno postoperatorio)

Obiettivi

– Risoluzione completa del dolore e dell’eventuale versamento articolare
– Recupero completo dell’articolarità attiva e passiva del ginocchio: ROM 0-110°.
– Ripresa della deambulazione corretta senza stampelle e progressivo abbandono della ginocchiera (se presente).
– Proseguire il potenziamento muscolare del quadricipite femorale e degli ischio-crurali.

Trattamento

– Deambulazione con carico progressivo fino al 100% (entro il 30° giorno) ed abbandono graduale delle stampelle; rieducazione del passo
– Mobilizzazione passiva ed attiva in estensione
– Mobilizzazione passiva assistita in flessione del ginocchio
– Esercizi di allungamento muscolare (stretching) QF-Hamstrings-gemelli
– Esercizi di rinforzo muscolare isometrici Quadricipite,Tfl,Flessori
– Esercizi propriocettivi in carico (compatibilmente con il grado di recupero dell’ortostasi e della deambulazione).
– Crioterapia in compressione del ginocchio al termine della seduta Fisioterapica,
– CrioUltrasuoni per eventuale trattamento dell’edema posteriore della coscia 30° giorno postoperatorio: visita di controllo ortopedica con Rx Ginocchio

Fase 3 (dal 30° giorno al 60° Giorno postoperatorio)

Obiettivi

– Ottimizzazione del recupero articolare: ROM 0°-130°.
– Ottimizzazione del recupero posturale e della corretta deambulazione, priva di stampelle ed altri ausilii;
– Proseguire il potenziamento muscolare del quadricipite femorale e degli ischio-crurali, glutei.

Trattamento

– Esercizi di allungamento muscolare (stretching) QF-Hamstrings-gemelli
– Esercizi di potenziamento muscolare a catena cinetica chiusa ( squat fino a 90° )
– Esercizi di rinforzo muscolare attivi del QF fra 40°e 90°
– Esercizi di rinforzo eccentrico del QF (es. camminare in discesa)
– Esercizi propriocettivi in carico bi pedalino

FASE 4 (dal 60°giorno al 90° postoperatorio)

Obiettivi

– Ottimizzare il potenziamento muscolare, la coordinazione e la destrezza del gesto atletico dell’arto operato
– Intensificare allenamento Propriocettivo

Trattamento

Cyclette blanda ed esercizi di allungamento muscolare (stretching) QF-Hamstrings-gemelli come riscaldamento

Esercizi di potenziamento muscolare a catena cinetica a Chiusa Squat 100°.
Esercizi propriocettivi in carico bi e mono-bipodalico
Training del passo su trampolino

FASE 5 (Dal 90° Giorno al 180° Giorno post operatorio)

Obiettivi

– Potenziamento muscolare arti inferiori
– Core stability
– Allenamento cardiovascolare
– Recupero della corsa
– Ottimizzare il gesto tecnico/atletico

Trattamento

– Tapis Roulant con recupero della Corsa Graduale intervallato passo e corsa con intensità crescente
– Utilizzo della Cyclette e del Vogatore
– Rinforzo concentrico/eccentrico con tavolette propriocettive
– Cambi di direzione in corsa con gesto sportivo specifico
– Salti su trampolino, corsa in salita
– Crioterapia in compressione a fine seduta per controllo dolore e gonfiore

LESIONE DEL LEGAMENTO CROCIATO POSTERIORE

Il legamento crociato posteriore si lesiona generalmente in seguito a traumi violenti, frequenti durante incidenti stradali oppure può essere lesionato a seguito di traumi meno violenti, possibili anche durante la pratica sportiva.

Il legamento crociato posteriore si lesiona generalmente in seguito a traumi violenti, frequenti durante incidenti stradali oppure può essere lesionato a seguito di traumi meno violenti, possibili anche durante la pratica sportiva.

Clinicamente una lesione acuta ed isolata del legamento crociato posteriore si manifesta con un versamento articolare (solitamente emartro), contestualmente ad un’accentuazione della sintomatologia dolorosa con la flessione del ginocchio oltre i 90°.

Le lesioni combinate del legamento crociato posteriore, cioè associate a lesioni di altri legamenti, che sono di norma le strutture della capsula posteriore, sia mediale sia laterale, causano una marcata instabilità articolare che può essere presente anche nella semplice deambulazione.

La ricostruzione del legamento crociato posteriore (LCP) viene raramente effettuata quando si tratta di lesioni isolate. Più frequentemente viene eseguita perché si ha una lesione di entrambi i crociati o un’associata instabilità esterna.

Dopo l’intervento si utilizza un tutore che limita la flessione del ginocchio.
Le regole base nella riabilitazione post-intervento sono procedere con cautela nel recupero della flessione attiva, evitare contrazioni isolate dei flessori per i primi tre mesi e aspettare almeno un mese prima di concedere la deambulazione libera.
È invece utile da subito potenziare il quadricipite perché è un muscolo agonista del LCP prima con elettrostimolazioni poi con esercizi attivi.

Le nuove linee guida in seguito alla lesione del legamento crociato posteriore, privilegiano un trattamento di tipo conservativo, senza cioè ricorrere all’intervento chirurgico; questo perché tra i legamenti del ginocchio quello posteriore è quello che meno partecipa alla stabilizzazione dello stesso durante i movimenti (ha un ruolo attivo solo durante l’iperestensione del ginocchio).

Nelle fasi iniziali il trattamento riabilitativo è simile a quello delle più comuni distorsioni di ginocchio con l’obbiettivo di ridurre il gonfiore e recupere l’articolarità, con l’attenzione ad evitare movimenti di estensione massimale del ginocchio.

Una volta raggiunto l’obiettivo si può passare alla fase del recupero muscolare, in primo luogo dei muscoli che limitano l’iperestensione, quali flessori di ginocchio sia in modalità concentrica che eccentrica e tricipite surale, in particolar modo i gemelli; contestualmente verranno rinforzati il quadricipite, soprattutto con esercizi eccentrici, i muscoli del core (importanti per la stabilizzazione globale del corpo) ai quali verranno abbinati esercizi propriocettivi e coordinativi.

Dopo aver superato il Test isocinetico (nessuna differenza di forza tra i due arti) si passa alla fase del recupero del gesto sportivo con esercizi di forza funzionale e esercitazioni sul campo sportivo.

LESIONE DEI LEGAMENTI COLLATERALI (LCM, LCL) DEL GOMITO

La rottura dei legamenti collaterali (LCM, LCL) si verifica solitamente quando la gamba viene sollecitata verso l’interno o verso l’esterno.

È particolarmente frequente perché questi movimenti anomali si verificano in molte attività sportive.

La lesione a carico dei legamenti collaterali è tanto più grave quanto più intenso è stato il meccanismo traumatico:

Un trauma lieve provoca una lesione di 1°grado, in cui solo una parte delle fibre viene danneggiata ed il ginocchio è dolente ma non instabile; un trauma moderato dà una lesione di 2°grado ed un quadro clinico un po’ più severo, caratterizzato da lieve instabilità e molto dolore; un trauma intenso provoca una lesione di 3° grado ed interrompe completamente il legamento provocando gonfiore, dolore e soprattutto un quadro di instabilità importante.
La scelta del trattamento conservativo piuttosto che quello chirurgico dipenderà dal grado della lesione di legamenti crociati collaterali (LCM, LCL).

Nella fase iniziale è comunque fondamentale l’utilizzo di una ginocchiera e di stampelle in quanto i legamenti collaterali, contrariamente ai legamenti crociati, vanno incontro spontaneamente ad un processo di cicatrizzazione, favorito in un primo periodo dall’immobilizzazione. La rigidità del ginocchio va comunque prevenuta rimuovendo il tutore appena possibile ed iniziando precocemente la Fisioterapia.

Nel programma riabilitativo verranno inseriti esercizi specifici per evitare stress al legamento danneggiato e favorire l’orientamento corretto della cicatrizzazione ed il recupero completo della funzione del ginocchio.

La terapia Strumentale prevede l’utilizzo di Campi Elettromagnetici pulsanti, Theal Therapy ed Ultrasuoni.
In rari casi il medico consiglierà un intervento chirurgico per riparare il legamento collaterale danneggiato.
Di solito un periodo di immobilizzazione adeguato seguito da una Fisioterapia mirata permette la ripresa dell’attività sportiva nell’arco di 60/90 giorni.

FRATTURA DEL PIATTO TIBIALE

La frattura del piatto tibiale può variare in base alla serietà dell’infortunio, da minime depressioni del piatto tibiale o piccoli distacchi che non richiedono trattamenti chirurgici, a quadri complessi con dislocazione dei frammenti e necessità di osteosintesi chirurgiche.

Spesso viene riferito un grave trauma (incidente automobilistico, caduta da sci) che ha comportato subito un notevole gonfiore al ginocchio. Il quadro clinico è sovrapponibile a quello di una lesione di LCA ma solitamente non c’è instabilità.

Il quadro clinico della frattura del piatto tibiale è solitamente caratterizzato da dolore, gonfiore e limitazioni dell’articolarità.
La prima radiografia potrebbe essere anche negativa per cui con sospetto clinico potrebbe essere necessaria anche una TAC o RMN.
Se non ci sono indicazioni per il trattamento chirurgico, si dovrà rispettare un periodo più o meno lungo di immobilizzazione con tutore ad arto esteso (4-6 settimane) seguito da un percorso riabilitativo di almeno tre mesi.

ARTROSI DEL GINOCCHIO

L’artrosi del ginocchio o gonartrosi è un processo molto frequente, prevalentemente degenerativo, caratterizzato dall’usura e dall’invecchiamento, ma si può manifestare anticipatamente se originata da lesioni traumatiche non trattate correttamente in età giovanile.
Frattura del ginocchio
Frattura del ginocchio

Contemporaneamente ai fenomeni degenerativi si realizzano dei tentativi di riparazione che riducono il dolore ma, accentuando la formazione di ossificazioni periarticolari, provocano limitazioni del movimento che possono essere molto invalidanti.

L’artrosi del ginocchio può insorgere su articolazioni sane o essere l’inevitabile conseguenza di alterazioni della meccanica articolare, esiti di malformazioni o traumi. È più frequente nelle donne, e nei pazienti in sovrappeso. Esistono poi particolari attività lavorative che dimostrano quanto la ripetizione di alcuni gesti, una postura viziata, il sovraccarico funzionale possano, a lungo andare, produrre danni articolari irreversibili.
I sintomi dell’artrosi del ginocchio (gonartrosi) sono in genere chiari ed inequivocabili: dolore, gonfiore, deambulazione con zoppia, sensazione di impaccio dell’articolazione e rumori articolari detti scrosci.

La diagnosi è clinica e radiografica. Le radiografie evidenziano le alterazioni del profilo scheletrico ormai molto accentuate, mentre TAC e RMN rilevano le precoci irregolarità delle cartilagini.

Un trattamento riabilitativo ben condotto può migliorare la qualità della vita, mirando alla riduzione del dolore, al recupero della funzionalità articolare, alla ripresa di una vita attiva, ed al rallentamento dell’evoluzione della malattia.
Riteniamo un momento fondamentale della terapia l’informazione del paziente riguardo alcune norme elementari di prevenzione: calo ponderale, riduzione di lavori fisici eccessivi e assunzione di posture corrette notturne e diurne.
A differenza di quanto si può comunemente pensare il paziente affetto da gonartrosi ottiene enormi vantaggi da un prolungato ciclo di riabilitazione ripetuto periodicamente. Il successo del trattamento dipende ovviamente dalla gravità della malattia, ma anche molto dalla serietà con cui il paziente lo intraprende.
Si deve subito chiarire con il paziente che la patologia di cui è affetto è cronica e ingravescente per cui non possiamo guarirlo, ma possiamo però insegnargli a conviverci senza dover troppo soffrire e senza dover rinunciare completamente alle attività quotidiane.

La base del trattamento è suddivisoa in 3 aspetti fondamentali:
Controllare i sintomi con terapie fisiche (Laserterapia Ad alta potenza, Ultrasuoni, Campi elettromagnetici pulsati) e Rieducazione motoria.
Ridurre il peso e Potenziare la muscolatura può preservare l’articolazione. Nell’impostare il trattamento si eseguiranno dapprima esercizi cauti e blandi di tonificazione del quadricipite, dei flessori e del polpaccio sia in catena cinetica chiusa che aperta; contemporaneamente si può iniziare l’attività aerobica consentita e esercizi per migliorare la core stability. Se non compare dolore durante l’esecuzione degli esercizi si potranno iniziare esercitazioni atte a portare il paziente al ritorno delle attività quotidiane e anche sportive praticate in precedenza, con cura e attenzione alla qualità del movimento.
L’intervento di protesi di ginocchio è consigliato nei casi più gravi di artrosi quando il dolore è ostinato e sono presenti gravi limitazioni della funzione articolare con un quadro radiografico molto compromesso.

In genere si consiglia l’esecuzione dell’intervento di protesi di ginocchio in pazienti oltre i 60 anni, sia in considerazione della durata delle protesi, sia perché con l’età la richiesta di prestazioni fisiche è minore.

La chirurgia protesica dovrebbe essere ritardata il più a lungo possibile nei pazienti che continuano a conservare una funzionalità sufficiente ed hanno un dolore tollerabile.
Se l’artrosi colpisce l’articolazione di un giovane, si preferisce eseguire interventi come la osteotomia che correggendo gli assi di carico, modificano almeno temporaneamente le sollecitazioni sulle aree articolari più soggette al carico.

La riabilitazione dopo intervento di protesi di ginocchio ha come obiettivi il recupero dell’articolarità (Rispettando la soglia del dolore del paziente), della forza muscolare, della coordinazione, e dello schema del cammino, tanto più difficili da ottenere quanto più la situazione dell’arto prima dell’intervento era compromessa.

PROTESI DI GINOCCHIO

In base alla gravità della patologia Artrosica gli interventi si suddividono in Protesi Totale e Monocompartimentale.

L’intervento di Protesi Totale del ginocchio è una procedura efficace e relativamente sicura per alleviare il dolore al ginocchio, correggere la deformità delle gambe, e con tempi di recupero delle attività quotidiane relativamente brevi.

Protesi di ginocchio
Protesi di ginocchio

I pazienti con un’artrosi limitata ad una sola parte del ginocchio possono essere candidati ad un intervento di Protesi Monocompartimentale del ginocchio (anche chiamata protesi di ginocchio parziale, “mini-protesi”).

Protesi di ginocchio
Protesi di ginocchio

L’intervento di protesi al ginocchio consiste nel rimuovere le zone di cartilagine ed osso rovinate, e sostituirle con parti artificiali aventi la stessa forma.

Viene effettuata un’incisione anteriormente al ginocchio, con una via d’accesso di lato alla rotula per accedere in articolazione. La cartilagine usurata viene rimossa e, con un apposito strumentario, vengono preparate le superfici usurate di femore, tibia e rotula.

I risultati di questo intervento sono molto incoraggianti, poichè si ottiene una consistente riduzione del dolore, con un recupero della mobilità quasi completo e della forza muscolare nella maggioranza dei casi. Una deambulazione normale senza zoppia si raggiunge entro un mese circa dall’intervento.
La durata media di una protesi totale al ginocchio è di circa 20 anni. Dopo 20 anni infatti il
90% delle protesi impiantate risultano stabili e non presentano particolari problemi.
Un Trattamento Riabilitativo completo dura circa Tre mesi.
Nella Prima Fase (Dall’intervento al 30° Giorno post operatorio) l’obiettivo è quello di
controllare il dolore,ridurre il gonfiore e l’edema post Chirurgico.Il recupero della Mobilità
deve avvenire gradualmente rispettando il dolore del Paziente ed evitando Assolutamente di Forzare la Flessione in posizione Prona (pancia in giù).
Con l’ausilio di un elettrostimolazione muscolare e di esercizi di Rinforzo isometrico si recupera gradualmente la Forza Muscolare.
Il Training del Passo inizia nell’immediato post intervento.
Nella seconda Fase (dal 30° al 60° Giorno post operatorio) il trattamento prosegue a cadenza Trisettimanale.
Vengono utilizzate terapie fisiche strumentali per il controllo del dolore,del gonfiore e dell’edema.
Il Rinforzo Muscolare avviene con esercizi in carico.
Notevole importanza verrà data al Recupero completo della Mobilità Articolare e del Passo eliminando la Caratteristica Zoppia post intervento.

Nella Terza Fase ( dal 60° al 90 ° giorno post-operatorio) il trattamento Riabilitativo prosegue a cadenza Bisettimanale.

Al bisogno vengono utilizzate Terapie Fisiche strumentali per il controllo del Dolore.
Esercitazioni di coordinazione e di Rieducazione Propriocettiva verranno inserite gradualmente per ottenere una buon controllo Globale del Proprio corpo ed eliminare quanto possibile i Disordini posturali consolidatisi nel pre Intervento.

Sebbene la ripresa delle attività sia solitamente completa, si consiglia di evitare attività pesanti e sport di contatto od a rischio. Queste attività infatti possono aumentare l’usura dei materiali e ridurre la durata della protesi, nonostante l’utilizzo di nuovi materiali sempre più resistenti. Alcune attività come il ciclismo, il nuoto, il golf o l’escursionismo sono sicuramente possibili ed anzi consigliate, mentre cautela è richiesta per lo sci, il tennis e la corsa.

LESIONE DEL MENISCO

La rottura del menisco può verificarsi durante i movimenti combinati di flessione e rotazione tipici delle distorsioni traumatiche.

Una lesione può verificarsi però anche in seguito ad un banale movimento o spontaneamente nelle persone più anziane per degenerazione della cartilagine e perdita di elasticità.
La sintomatologia della lesione meniscale può variare da una fitta intensa e localizzata all’interlinea articolare ad un male sordo e poco definito che si riacutizza in certi movimenti.
Lesioni del menisco importanti possono generare un vero e proprio blocco articolare che il più delle volte tende a risolversi con opportune manovre.
La diagnosi accurata è fondamentale per impostare un programma di riabilitazione adeguato che dovrà essere differenziato, sia in base al tipo di lesione del menisco che alle tue esigenze specifiche.
Soltanto nel caso di una lesione particolarmente grave (da valutare con Rmn) verrà proposto un intervento chirurgico al menisco.
Il trattamento conservativo dopo rottura del menisco sta diventando il trattamento elettivo perché ormai è assodato che il menisco, soprattutto il mediale, partecipa alla stabilità del ginocchio quindi si tenta di salvarlo.
È necessario informare il paziente che quello che si sta facendo è un tentativo di recupero e in caso di insuccesso si ricorrerà al trattamento chirurgico.
L’intervento chirurgico al menisco viene eseguito nel caso di una lesione del menisco particolarmente grave o solo dopo il fallimento del trattamento conservativo.
Viene condotta per via artroscopica e consiste fondamentalmente nei seguenti tipi di intervento:

Meniscectomia selettiva

Questo tipo di intervento consiste nell’asportazione del frammento danneggiato e prevede un ricovero brevissimo. I tempi di recupero sono però diversi a seconda che si tratti di una meniscectomia mediale o laterale. La menisectomia laterale infatti richiede molta più cautela nella riabilitazione post intervento e ritorno allo sport in tempi più lunghi.

Sutura meniscale

Se le dimensioni e la sede della lesione lo consentono, il chirurgo eseguirà una riparazione del menisco mediante una sutura. Il trattamento riabilitativo sarà decisamente più lungo rispetto ad un semplice intervento di meniscectomia mediale.

Impianto di scaffold meniscale

È una tecnica chirurgica che dopo una lunga fase sperimentale, sta diventando sempre più diffusa e porta risultati molto promettenti.
L’impianto di scaffold meniscale consiste nell’introduzione per via artroscopica di una protesi meniscale sintetica in grado di favorire una rigenerazione di tessuto meniscale nuovo ritardando così l’insorgenza dell’artrosi.

Impianto di menisco da donatore (allograft)

Si tratta della tecnica chirurgica che prevede l’impianto di un menisco ottenuto da un donatore, che viene suturato all’interno del ginocchio del ricevente. Come nel caso dello scaffold meniscale i tempi di integrazione biologica impongono una certa cautela e tempi di recupero molto più lunghi rispetto alla semplice meniscectomia.
Ogni intervento chirurgico dovrà necessariamente essere seguito da un Costante e spesso prolungato ciclo riabilitativo.
Il protocollo riabilitativo iniziale mira a minimizzare il dolore, a ridurre il gonfiore e recuperare l’articolarità, senza forzare la flessione soprattutto oltre i 90°.
Passato il processo infiammatorio iniziale si può passare alla fase del recupero muscolare del quadricipite, vero e proprio ammortizzatore dei carichi verticali, sia in modalità concentrica che eccentrica, dei flessori e del polpaccio, soprattutto in modalità eccentrica, del gluteo e dei muscoli del core; contestualmente si effettuano esercitazioni di equilibrio e propriocezione e di educazione al movimento.
Nel percorso riabilitativo di questo tipo di infortunio è fondamentale sia la fase di recupero del gesto sportivo in campo con esercitazioni che mirano a migliorare l’ammortizzazione dei carichi e ad un utilizzo consapevole delle strategie motorie sia ad effettuare un programma di esercizi di prevenzione soprattutto per il primo anno dopo l’infortunio.

LUSSAZIONE DELLA ROTULA

La lussazione della rotula, soprattutto quella esterna è abbastanza frequente.

In alcuni casi è legata ad una predisposizione congenita di malallineamento per cui spesso si presentano episodi recidivanti; in altri casi è un fenomeno acuto legato all’entità dello stress traumatico.
Solitamente comporta il verificarsi frequente di un trauma distorsivo accompagnato dalla sensazione di “qualcosa fuori posto” e contemporaneo cedimento del ginocchio.

Il gonfiore compare subito dopo la lussazione e il dolore è molto forte, specialmente prima delle riduzione della lussazione.
Durante la fase acuta si osserva il protocollo RICE (Rest, Ice, Compression, Elevation). Se la lussazione non è recidivante il paziente terrà un tutore per 4/5 settimane che impedirà la flessione e consentirà la deambulazione solo con
La sintomatologia della lussazione rotulea è caratterizzata da dolore, gonfiore, deficit di articolarità e zoppia.
Ai fini diagnostici potrà essere utile effettuare una radiografia.
Il trattamento conservativo della lussazione della rotula richiede l’utilizzo di una ginocchiera,supportato da un adeguato ciclo di riabilitazione. La riabilitazione si avvale soprattutto di tecniche di rinforzo muscolare specifico dei muscoli della coscia. Un adeguato tono muscolare è infatti fondamentale per stabilizzare la rotula e per evitare le recidive che sono molto frequenti.
La prima fase della riabilitazione è incentrata proprio sul controllo del dolore e riduzione del gonfiore attraverso l’utilizzo di terapie fisiche antiedemigene e massoterapia drenante e sul
recupero della forza dei muscoli dell’anca, bacino e della caviglia. Tolto il tutore si può iniziare la mobilizzazione del ginocchio e si arriverà gradualmente ad una completa flessione di ginocchio e mobilità rotulea.
Recuperata l’articolarità si può passare alla fase del rinforzo del quadricipite, flessori e polpaccio, insistendo sul rinforzo della parte mediale (se la lussazione è esterna) soprattutto dei muscoli della zampa d’oca, vasto mediale e adduttori, dapprima in catena cinetica aperta e successivamente in chiusa.
Se non vi sono problemi si può passare al recupero dell’equilibrio e propriocezione attraverso percorsi su superfici instabili e al recupero del gesto atletico sul campo sportivo.
Particolare attenzione a questa fase dove la ricerca del corretto appoggio si presenta in genere abbastanza difficoltosa.

FRATTURA DELLA ROTULA

La frattura della rotula è spesso causata da un trauma diretto e nella maggior parte dei casi si tratta di fratture trasverse.

La sintomatologia è caratterizza da un’insorgenza rapida di gonfiore, dolore e limitazioni articolari.
Per la conferma diagnostica della frattura rotulea è poi fondamentale eseguire una radiografia.

Il trattamento conservativo della frattura della rotula prevede l’immobilizzazione con tutore per 4-6 settimane. Già dopo 2–3 settimane il tutore può essere rimosso per eseguire esercizi di mobilizzazione. La definitiva rimozione del tutore dovrà essere seguita da una progressiva rieducazione funzionale.

Il trattamento chirurgico della rotula, invece, è riservato alle fratture che si presentano comminute o con dislocazione dei frammenti. Consiste nell’applicazione di mezzi di osteosintesi e di un cerchiaggio metallico.

La frattura della rotula è seguita quasi sempre da un grosso versamento e da dolore; quindi
la prima fase del trattamento è incentrata sul controllo del gonfiore attraverso terapie fisiche e massoterapia; il recupero della completa articolarità inizierà fin dalle prime fasi, prestando attenzione ai limiti articolari imposti da eventuali mezzi di sintesi, quindi il recupero articolare deve essere estremamente ridotto e soprattutto non dev’essere forzato.
Il carico viene concesso dopo circa quattro settimane.

Dopo il primo mese se la frattura evidenzia già i segni di una buona consolidazione è possibile iniziare il lavoro di recupero del trofismo muscolare del quadricipite, flessori, muscoli dell’anca, del bacino e del core dapprima in modalità isometrica, successivamente isotonica in catena cinetica chiusa e infine aperta evitando gli angoli che potrebbero scatenare dolore.

A frattura consolidata non ci sono grossi limiti nella funzionalità rotulea quindi dopo circa 2 mesi è possibile effettuare esercitazioni equilibrio e propriocettiva bi podalica.
Se il percorso di riabilitazione procede regolarmente il ritorno all’attività lavorativa può avvenire intorno ai 4 mesi.

LESIONE DEL TENDINE ROTULEO

La rottura del tendine rotuleo si presenta più spesso in soggetti giovani e sportivi con tendinosi degenerative e in soggetti anziani che affrontano sforzi improvvisi senza avere una adeguata preparazione.

Le rotture dei tendini possono essere parziali o totali.
È possibile identificare alcuni elementi importanti, definiti fattori di rischio, che potrebbero aumentare il rischio di sviluppare una rottura del tendine rotuleo, se sono presenti nel paziente.

In particolare, giocano un ruolo fondamentale:
L’uso precedente di Antibiotici
Le iniezioni locali di cortisone
Una storia di utilizzo di steroidi
Diabete
Precedente tendinite rotulea

Al momento dell’infortunio si avverte uno schiocco al ginocchio con la sensazione di qualcosa che “va fuori posto”. Nella maggior parte dei casi al dolore si associano anche gonfiore e difficoltà ad estendere il ginocchio.

Lesione del Tendine Rotuleo
Lesione del Tendine Rotuleo

L’ecografia è solitamente sufficiente per una conferma diagnostica; la risonanza magnetica (RMN) può dare indicazioni più dettagliate in caso di lesione parziale.
In caso di lesione parziale del tendine rotuleo e quadricipitale il trattamento può essere conservativo, prima con immobilizzazione e deambulazione con stampelle per quattro settimane, poi con progressivi esercizi di rinforzo muscolare. Per ottenere risultati si devono attendere almeno quattro mesi perché il processo di guarigione, cicatrizzazione e riorganizzazione del tessuto tendineo è lungo.

In caso di lesione totale dei tendini rotuleo e quadricipitale il percorso più indicato è quello dell’intervento chirurgico.

La tenorrafia quadricipitale è l’intervento chirurgico che si rende necessario in seguito ad un evento acuto quale la rottura traumatica o degenerativa, parziale o completa, del tendine quadricipitale o del tendine rotuleo.

La tecnica della tenorrafia quadricipitale consiste nella sutura con fili non riassorbibili del tendine lesionato associato a rinforzo con tessuto biologico autologo (il prelievo è solitamente effettuato o dalla porzione distale della bandeletta ileo-tibiale o dal tendine quadricipitale), spesso associato ad un cerchiaggio rotuleo necessario per proteggere le suture.

La chirurgia è complessa e se non è ben eseguita può portare ad avere una rotula alta con conseguente deficit della flessione.

Dal punto di vista della riabilitazione post intervento bisogna considerare che i primi 2 mesi post-operatori sono il periodo critico e che bisogna essere molto cauti e progressivi nel recupero della flessione e nel rinforzo del quadricipite.

In questo contesto, dunque, risulta di estrema importanza la fisioterapia,indispensabile per la gestione del dolore, il recupero completo dell’articolarità del ginocchio e del range di movimento e il conseguente rientro alle attività quotidiane e lavorative precedentemente svolte.

Una volta sbloccato o rimosso il tutore, sarà fondamentale l’esercizio terapeutico: il fisioterapista aiuterà il paziente nel graduale recupero della forza muscolare attraverso specifici esercizi personalizzati, lavorando sull’introduzione di carichi graduali e sull’equilibrio (riabilitazione propriocettiva).

Ovviamente le tempistiche di recupero e riabilitazione variano sulla base di numerosi fattori quali la tipologia di lesione, la tipologia di intervento subito, le richieste funzionali del paziente e le sue condizioni mediche. Generalmente sono necessari circa 6 mesi prima di ottenere un recupero completo, ma in alcuni casi è necessario un maggior tempo prima di giungere a risultati soddisfacenti (a volte anche 12 mesi).

SINDROME FEMORO - ROTULEA

La condropatia rotulea è una condizione che interessa il ginocchio, riscontrata con maggiore frequenza nei soggetti giovani, soprattutto di sesso femminile.

Questa può essere osservata in particolare nei pazienti che praticano alcuni sport specifici come la corsa, lo sci o la Danza e/o che svolgono dei lavori che caricano eccessivamente l’articolazione del ginocchio. La condropatia femoro-rotulea è causata da una degenerazione della cartilagine della rotula dovuta a diversi fattori, tra cui errato allineamento della rotula, trauma, sovraccarico ecc.

Tale condizione è caratterizzata da dolore anteriore al ginocchio (riferito nello specifico alla rotula) aggravato da diverse attività quotidiane, accompagnato da possibile gonfiore, rigidità e/o debolezza muscolare.

Il trattamento è, nella maggior parte dei casi, di tipo conservativo il quale, attraverso la fisioterapia, permette al paziente una recupero ottimale dei movimenti e della funzionalità.

Nei casi più gravi o di persistenza dei sintomi dopo una gestione conservativa, l’ortopedico può optare per un intervento chirurgico, seguito dalla fondamentale riabilitazione postchirurgica.

È possibile individuare alcuni fattori, definiti fattori di rischio, che potrebbero contribuire allo sviluppo della condropatia rotulea, se sono presenti nei soggetti. Tra i principali osserviamo:

Traumi Peso elevato,Ridotta forza muscolare, Sedentarietà Precedenti lesioni, come lussazione della rotula o frattura della rotula, che possono alterare la meccanica dell’articolazione e aumentare il rischio di errato allineamento rotuleo.
Elevato livello di attività (come ad esempio lo svolgimento di alcuni sport specifici) Sesso femminile.

Sindrome Femoro - Rotulea
Sindrome Femoro – Rotulea

Il trattamento per la condropatia rotulea nei casi di grado lieve e moderato è, generalmente, di tipo conservativo (non chirurgico).

La Fisioterapia è di fondamentale importanza nella gestione conservativa.

L’utilizzo di terapie fisiche strumentali (Laserterapia Ad alta potenza,Campi elettromagnetici pulsati e CrioUltrasuoni) e un’adeguata Rieducazione Funzionale alleviano la sintomatologia e permettendo un recupero della coordinazione, dell’equilibrio, della stabilità e ottimizzando, di conseguenza, le prestazioni generali.

Alcuni pazienti possono trovare sollievo dal dolore grazie all’utilizzo di un tutore da indossare.

La sindrome femoro-rotulea è costituita da un insieme di alterazioni morfofunzionali che determinano l’insorgenza di dolore anteriore di ginocchio.

La rotula scorre all’interno di una gola ad essa congruente, scavata nella parte distale del femore; le superfici ossee scivolano l’una sull’altra grazie al reciproco rivestimento cartilagineo e sono guidate dalla tensione di alcuni gruppi muscolari, del tendine rotuleo e dei legamenti alari. Basta un minimo disturbo, un’alterazione di forma o di funzione di una di queste componenti, perché insorga un aumento della pressione su una parte dell’articolazione femoro-rotulea con conseguente insorgenza di dolore o, peggio ancora, di instabilità fino alla vera e propria fuoriuscita della rotula dalla sua sede durante i dolorosissimi episodi di lussazione della rotula.

La diagnosi si avvale del supporto di radiografie, TAC o risonanza magnetica (RMN).
La maggior parte dei casi affetti da sindrome femoro-rotulea trae beneficio da un personalizzato programma riabilitativo, mentre la soluzione chirurgica viene riservata solo ai casi più gravi.

La riabilitazione della sindrome femoro-rotulea inizia in palestra, ma continua nella vita di tutti i giorni. Infatti, è proprio nella vita quotidiana che bisogna mettere in atto i piccoli accorgimenti per il mantenimento di una funzionalità completa.
L’unica vera indicazione al trattamento chirurgico è costituita da un importante instabilità rotulea, caratterizzate dalla lussazione abituale della rotula o dalla sua stabile malposizione.

Esistono vari tipi di soluzioni chirurgiche di riallineamento rotuleo. Quelle più frequentemente usate sono tre.

Lateral release

Sezione del legamento alare esterno, effettuato artroscopicamente per medializzare la rotula. È un intervento la cui efficacia è dubbia, ma ha il vantaggio di una modestissima aggressività chirurgica con rapida ripresa.
In caso di lateral release puoi iniziare la riabilitazione dopo pochi giorni dall’intervento.

Riallineamento distale

È l’intervento più utilizzato per le instabilità marcate caratterizzate da episodi recidivanti di lussazione rotulea. Consiste nella trasposizione del tendine rotuleo. Richiede un periodo di parziale immobilizzazione in tutore.
Nel riallineamento distale puoi iniziare precocemente la riabilitazione rimuovendo il tutore per la durata della seduta.

Riallineamento prossimale

È impiegato negli adolescenti con instabilità rotulea grave per evitare di danneggiare il tessuto osseo immaturo. Consiste nell’avanzamento e plicatura del vasto mediale.
Il riallineamento prossimale richiede da quattro a sei settimane circa di immobilizzazione.
Per consentire la tenuta delle suture è consigliabile invece iniziare la riabilitazione solo dopo il periodo di immobilizzazione.

A seguito dell’intervento, il paziente deve intraprendere un percorso di riabilitazione post-chirurgica. Questo ha l’obiettivo di gestire e ridurre il dolore e il gonfiore associati, permettere un recupero completo del movimento, migliorando la flessibilità e la forza muscolare del ginocchio e dell’intero arto inferiore, attraverso specifiche tecniche manuali e grazie all’esercizio terapeutico, che aiuta a caricare gradualmente l’arto interessato, evitando un sovraccarico eccessivo sull’articolazione.

LESIONE CARTILAGINE

L’insorgenza di lesioni cartilaginee è frequente per un meccanismo di usura determinato dalla ripetizione di certi movimenti, o in seguito a traumi veri e propri.

Un’erosione della cartilagine, più o meno profonda, viene chiamata condropatia e provoca un alterato scorrimento dei capi ossei che si traduce in dolore, gonfiore e difficoltà di movimento.

Per evidenziare e quantificare l’area della lesione cartilaginea il medico eseguirà un accurato esame clinico e prescriverà una risonanza magnetica (RMN).
La condropatia viene classificata in 4 stadi a gravità crescente che differenziano anche l’atteggiamento terapeutico da adottare.

Per le lesioni cartilaginee più lievi è indicato il trattamento conservativo mentre per i casi più severi viene scelto quello chirurgico. Lo scopo terapeutico è di interrompere il circolo vizioso che, mediante l’aumento progressivo dell’attrito, porta alla degenerazione articolare. Il programma riabilitativo viene personalizzato in base alla sede e all’entità della lesione, con l’obiettivo di ridurre il dolore e ripristinare il tono-trofismo di particolari gruppi muscolari che svolgono un importante ruolo protettivo.

Nelle lesioni di dimensioni piccole-medie (solitamente entro 2cm”) possono essere effettuate microfratture. Nelle lesioni più estese o nei pazienti giovani attivi può essere eseguito un intervento di riparazione della cartilagine (mosaicoplastica o con l’utilizzo di scaffold). Nei casi con frammento osteo-cartilagineo distaccato, può essere eseguita una stabilizzazione del frammento di cartilagine.

In alcuni pazienti che soffrono di lesioni della cartilagine più gravi e non riparabili, associate ad una grave deviazione dell’asse della gamba (varo o valgo) esiste come alternativa una procedura di riallineamento dell’arto (osteotomia valgizzante o varizzante). Questo intervento consente al ginocchio di caricare sulla zona ancora sana facendo così di fatto scomparire la sintomatologia dolorosa senza l’utilizzo di protesi.
Intervento di microfratture (o microperforazioni) della cartilagine L’intervento prevede la regolarizzazione di una lesione della cartilagine. La zona interessata viene poi riparata stimolando la riparazione della cartilagine.

L’intervento viene eseguito in artroscopia, ovvero senza aprire l’articolazione. Due piccole incisioni di 5 mm ciascuna sono effettuate al davanti del ginocchio.Si esegue prima la regolarizzazione dei bordi della lesione cartilaginea (Figura 3). La superficie ossea messa a nudo è perforata con uno strumento apposito per ottenere una superficie irregolare (figure 4, 6 e 7) e provocare un sanguinamento locale; viene stimolato così il processo di rigenerazione della cartilagine.
L’intervento dura mezz’ora e viene eseguito durante un ricovero ospedaliero di Day Hospital.
Il dolore dopo l’intervento, solitamente lieve-moderato, può essere facilmente controllato con antidolorifici.

RECUPERO DOPO L’INTERVENTO

La deambulazione avviene con l’ausilio di due stampelle, senza appoggiare sulla gamba operata per 4 settimane.
Già dal giorno dopo l’intervento chirurgico, la fisioterapia può essere eseguita ambulatorialmente con un fisioterapista.
La ripresa della guida e del lavoro è possibile dopo 45 giorni, anche secondo il tipo di professione: il ritorno ad un lavoro “di ufficio” può avvenire prima. La ripresa di sport come il ciclismo ed il nuoto di solito inizia dopo 2 mesi. Spesso ci vogliono 4-6 mesi prima di riprendere tutte le attività sportive e tornare ad un livello competitivo.
La risoluzione del gonfiore e dei fenomeni di instabilità articolare è veloce dopo l’intervento.
Il risultato dipende soprattutto dalla localizzazione e dall’estensione della lesione.
Il miglioramento funzionale e dello stato della cartilagine è dell’ordine del 80% nel caso di lesioni isolate della cartilagine.

Intervento di mosaicoplastica (o trapianto di cartilagine)

L’intervento prevede la regolarizzazione di una lesione della cartilagine. Si riempie poi il difetto, colmandolo con innesti di osso e cartilagine prelevati in altre zone articolari dello stesso ginocchio.
Una piccola incisione ci circa 3 cm è effettuata nella regione anteriore del ginocchio. La lesione è esposta, bonificata dai frammenti instabili ed i margini sono regolarizzati.
Uno o più innesti osteocondrali sono prelevati da una zona articolare non sottoposta al carico, solitamente alla periferia del femore utilizzando uno strumento specifico (Figura 3).
L’osso della zona con la lesione viene preparato per ricevere il trapianto. Infine, gli innesti osteocondrali sono posizionati l’uno affianco all’altro come un vero mosaico fino ad ottenere una omogenea superficie di scorrimento (Figure 4, 6 e 7).
L’intervento dura circa un’ora e viene eseguito durante un ricovero ospedaliero che dura 2 giorni. Il dolore dopo l’intervento, solitamente lieve-moderato, può essere facilmente controllato con antidolorifici.

RECUPERO DOPO L’INTERVENTO

La deambulazione avviene con l’ausilio di due stampelle, senza appoggiare sulla gamba operata per 6 settimane. La fisioterapia sarà poi proseguita in regime ambulatoriale.
La ripresa della guida e del lavoro è possibile dopo 2 mesi, anche secondo il tipo di professione; il ritorno ad un lavoro “di ufficio” può avvenire prima.
La ripresa di sport come il ciclismo ed il nuoto di solito inizia dopo 2 mesi. Spesso ci vogliono 4-6 mesi prima di riprendere tutte le attività sportive e tornare ad un livello competitivo.
La scomparsa del gonfiore e dei fenomeni di instabilità articolare è veloce dopo l’intervento.
Un fastidio moderato a livello del sito di prelievo degli innesti si verifica nel 15% circa dei casi. I risultati sono tuttavia molto incoraggianti: si ottengono buoni risultati in quasi il 90% dei casi di una lesione sul femore, nell’85% dei casi di una localizzazione tibiale e nell’80% per una lesione sulla rotula.

Intervento di stabilizzazione del frammento osteo-cartilagineo

L’intervento consiste nel riposizionare e fissare il frammento osteocartilagineo per permetterne la sua guarigione. Viene eseguito in artroscopia, ovvero senza aprire l’articolazione. Due piccole incisioni di 5 mm ciascuna sono effettuate al davanti del ginocchio.
Il frammento staccato viene riposizionata nella sua posizione naturale (figura 4) e fissato con una vite a scomparsa (figure 5, 6 e 7) dimodo da ricostituire una superficie di cartilagine liscia ed omogenea.
L’intervento dura circa mezz’ora e necessita di un ricovero in ospedale di 2 giorni.
Solitamente viene utilizzato un tutore (ginocchiera) nel post-operatorio.
Il dolore dopo l’intervento, solitamente lieve-moderato, può essere facilmente controllato con antidolorifici.

RECUPERO DOPO L’INTERVENTO

Il giorno dopo l’intervento chirurgico, il paziente può verticalizzarsi e deambulare con l’ausilio di due stampelle, senza appoggiare sulla gamba operata per 6 settimane. La fisioterapia può essere eseguita dal giorno dopo la dimissione. La ripresa della guida e del lavoro è possibile dopo 2 mesi, anche secondo il tipo di professione. Il ritorno ad un lavoro “di ufficio” può avvenire prima.
La ripresa di sport come il ciclismo ed il nuoto di solito inizia dopo 2 mesi. Spesso ci vogliono 4-6 mesi prima di riprendere tutte le attività sportive e tornare ad un livello competitivo.
La risoluzione del gonfiore e dei fenomeni di instabilità è veloce dopo l’intervento.
La cicatrizzazione del frammento osteocartilagineo stabilizzato si ha dal 75% al 90% dei casi; una lesione post-traumatica ha una maggiore probabilità di guarigione.

Intervento di osteotomia al ginocchio

L’obiettivo dell’intervento di osteotomia è di correggere l’asse di carico (o meccanico) dell’arto inferiore in un ginocchio con lesioni della cartilagine non più riparabili.
L’intervento di osteotomia sfrutta quindi il comparto ancora sano del ginocchio prevenendo un’usura maggiore dell’articolazione.
Può essere effettuata un’osteotomia valgizzante nel caso di lesioni del comparto interno e ginocchio varo, un’osteotomia varizzante in caso di lesioni del comparto femoro-tibiale esterno e ginocchio valgo.
Con le placche di ultima generazione disponibili, la deambulazione avviene immediatamente con l’ausilio di due stampelle, e l’appoggio è progressivo. Non serve indossare alcun tutore.
IN GENERE DOPO 30-45 GIORNI IL PAZIENTE ABBANDONA COMPLETAMENTE LE STAMPELLE.
La fisioterapia sarà poi proseguita in regime ambulatoriale.
La ripresa della guida e del lavoro è possibile dopo 2 mesi, anche secondo il tipo di professione. Il ritorno ad un lavoro “di ufficio” può avvenire prima. La ripresa di sport “leggeri” come il ciclismo ed il nuoto di solito inizia dopo 2 mesi.

Ci possono volere però fino a 6 mesi prima di riprendere le attività sportive più intense e tornare ad un livello competitivo.

SINDROME DI OSGOOD-SCHLATTER

L’apofisite tibiale anteriore detta anche sindrome di Osgood-Schlatter è più frequente negli atleti adolescenti maschi (10-13 anni) che spesso sono cresciuti rapidamente.

È attribuibile ad un sovraccarico abnorme sulla cartilagine in accrescimento che causa delle microfratture del nucleo osseo apofisario.

Il quadro clinico legato alla sindrome di Osgood-Schlatter è caratterizzato da dolore localizzato sulla tuberosità anteriore della tibia che viene esacerbato dall’attività fisica e recede con il riposo; localmente è presente una tumefazione dolente alla digitopressione.

In diversi studi, sono stati riscontrati altri fattori che potrebbero essere associati all’insorgenza del morbo di Osgood-Schlatter, tra cui alterazioni morfologiche della rotula e del suo tendine, insufficienza vascolare dell’apofisi tibiale, alterazioni angolari del ginocchio, scarsa flessibilità dei quadricipiti e dei muscoli posteriori della coscia o della gamba, malallineamento della gamba e sviluppo di apofisite nella tuberosità tibiale.
In tale contesto è utile segnalare anche un’altra patologia collegata a tale sindrome: la malattia di Sever, nota anche come apofisite calcaneale. Questa si verifica in una fase evolutiva precedente rispetto al morbo di Osgood-Schlatter. Uno dei fattori di rischio dell’apofisite è l’aumento dell’attività. Così, gli atleti adolescenti con malattia di Sever, possono avere maggiori probabilità di sviluppare il morbo di Osgood-Schlatter. In altre parole, l’esistenza della malattia di Sever può costituire un fattore di rischio per l’insorgenza del morbo.

L’esordio della sindrome di Osgood-Schlatter coincide con il periodo di sviluppo adolescenziale, con un’età compresa tra i 12 e i 15 anni per i ragazzi e tra 8 e 13 anni per le ragazze. La patologia si verifica più frequentemente negli atleti che partecipano a sport che implicano la corsa e il salto.

Durante l’esame obiettivo, possono essere riscontrati indolenzimento, gonfiore, ispessimento del tendine rotuleo e ingrossamento della tuberosità.

L’obiettivo principale del trattamento della sindrome di Osgood-Schlatter è la riduzione del dolore e del gonfiore che coinvolgono la tuberosità tibiale. Il primo step riguarda l’educazione del paziente e della famiglia, che include la spiegazione della causa del morbo e la rassicurazione che i sintomi avranno una risoluzione nel tempo. In particolare al paziente viene consigliato di:

  • Limitare le attività fisiche fino a quando i sintomi non sono risolti, anche se questo può richiedere talvolta diversi mesi. Ciò non vuol dire cessare completamente l’attività sportiva praticata, ma limitarne la frequenza. Infatti non vi sono prove che suggeriscano che il riposo assoluto acceleri il recupero, ma un riposo relativo può risultare utile nella gestione del dolore. Così, ad esempio, ad un ragazzo che partecipa a più attività sportive può essere consigliato di ridurre tale partecipazione ad un unico sport associando, eventualmente, attività non impattanti, tra cui nuoto e ciclismo, utili al fine di mantenere il benessere fisico del paziente. In ogni caso, la decisione dovrebbe essere guidata dal livello di dolore sperimentato dal soggetto.
  • Applicare del ghiaccio per 10 minuti ogni 2 o 4 ore e dopo aver svolto l’attività.
  • Indossare un Kinesio Taping protettivo per il ginocchio sopra il tubercolo tibiale può essere utile per alleviare la sintomatologia associata al disturbo.

Il trattamento Fisioterapico prevede l’utilizzo di terapie fisiche strumentali come la Theal Therapy, CrioUltrasuoni e Sistema Super Induttivo associate ad un adeguato programma riabilitativo per migliorare l’elasticità dei muscoli posteriori della coscia e della gamba (flessori e polpacci),detendere l’ileopsoas e migliorare le capacità coordinative e propriocettive del paziente.

In conclusione, anche dopo che la problematica è stata risolta, è possibile che vi siano delle conseguenze a lungo termine come un tubercolo tibiale ispessito o prominente, che nella maggior parte dei casi è asintomatico e persistenza di dolore e gonfiore in rari casi.

SINDROME DELLA BANDELLETTA ILEO-TIBIALE

La sindrome della bandelletta ileo-tibiale si presenta con un quadro infiammatorio cronico che interessa l’ultimo tratto della fascia lata (bandelletta o tratto ileotibiale) dove può verificarsi un attrito meccanico che genera uno stato infiammatorio doloroso che si acutizza nei movimenti di flesso-estensione del ginocchio.

E’ particolarmente diffusa tra i calciatori, i podisti e i ciclisti, può insorgere per un sovraccarico o per allenamenti su terreni duri e irregolari. Alcuni fattori anatomici come il varismo di ginocchio e l’ipoestensibilità della catena muscolare posteriore, possono favorire l’insorgere della sindrome della bandelletta ileo-tibiale.

I sintomi principali consistono nel dolore laterale di ginocchio e, a volte anche gonfiore a livello dell’inserzione della bandelletta. La pratica sportiva è spesso resa impossibile dal dolore e dalla sensazione di rigidità che ad essa si accompagna.

La diagnosi è sostanzialmente clinica. L’ecografia può aiutare a confermare la diagnosi e rendere conto del grado di infiammazione. La risonanza magnetica (RMN) può essere utile nella diagnosi differenziale con una meniscopatia esterna.

Il trattamento iniziale della sindrome della bandelletta ileo-tibiale è sempre conservativo e consiste nell’alternarsi, su indicazione del medico specialista, di terapie fisiche e manuali. In fase acuta è necessario ridurre, variare o sospendere l’attività sportiva a seconda della gravità della situazione.

In casi selezionati, resistenti al trattamento conservativo, può essere presa in considerazione la soluzione chirurgica.

La sindrome della bandelletta rientra quindi tra le sindromi da sovraccarico o overstress, per cui la prognosi riabilitativa varia in base al livello di gravità della patologia (tempo trascorso dal primo episodio di dolore) e dalla tipologia del paziente.
Il trattamento rieducativo si incentra sulla risoluzione dell’infiammazione attraverso l’utilizzo di terapie fisiche come ultrasuoni, laser alta potenza, CrioUltrasuoni e attraverso il massaggio decontratturante e lo stretching necessari per ridurre la tensione della parte esterna della coscia e della gamba.

Superata la fase acuta il trattamento prevede il rinforzo muscolare dei muscoli della parte mediale del ginocchio come vasto mediale, adduttori, intrarotatori di ginocchio per migliorare la ripartizione del carico a livello del quadricipite e il rinforzo del gluteo, extrarotatori d’anca e soleo per migliorare l’assetto della corsa.

Terminata la fase sub acuta si può iniziare ad effettuare attività aerobica sul campo sportivo per una ripresa graduale della corsa, dei cambi di direzione e del gesto tecnico: in questa fase può comparire nuovamente il dolore, quindi è necessario utilizzare ghiaccio a contatto nella zona a fine allenamento e continuare ad effettuare rinforzo sinergico contestualmente alla ripresa sportiva.

TENDINOPATIA ROTULEA

La tendinopatia rotulea è una patologia molto frequente nella popolazione sportiva e colpisce maggiormente gli atleti che esprimono forza esplosiva (pallavolo, basket e atletica leggera).

Può essere la conseguenza di un evento acuto scatenato da un sovraccarico funzionale o da microtraumi ripetuti.

Nel caso della tendinopatia rotulea, clinicamente si rileva dolore al polo inferiore della rotula e tumefazione dolente alla digito-pressione. Il dolore insorge gradualmente, si riduce con il riscaldamento ma progressivamente limita la prestazione.

Vengono distinti 4 stadi clinici di tendinopatia rotulea:

Stadio I: il dolore compare dopo l’allenamento, l’attività non è limitata.
Stadio II: il dolore è presente all’inizio, scompare con il riscaldamento e ricompare a freddo.
Stadio III: il dolore permane per tutta la durata della prestazione.
Stadio IV: la rottura del tendine.

La diagnosi della tendinopatia rotulea è clinica e supportata da esami strumentali quali un’ecografia muscolo-tendinea per avere un’idea del grado di tendinosi ed una RMN per le forme più gravi.

Il trattamento, inizialmente conservativo, è sempre molto delicato e le possibilità di successo dipendono dalla gravità del quadro patologico e dal tempo di insorgenza della sintomatologia.

Il buon esito del trattamento riabilitativo della tendinopatia rotulea è molto differente a seconda del tempo di insorgenza della patologia, della gravità e del tipo di paziente. Un quadro di recente insorgenza e modesta gravità offre buone possibilità di successo, indipendentemente dallo sport; un quadro presente da tempo, precedentemente maltrattato e di gravità maggiore deve essere considerato una situazione molto difficile con notevoli possibilità di insuccesso, soprattutto in atleti che non sono abituati a convivere con il problema.

Il trattamento riabilitativo prevede all’inizio un riposo attivo, riducendo cioè il carico di lavoro, eliminando i gesti che esacerbano il dolore, senza interrompere l’attività e il controllo del dolore attraverso le terapie fisiche (Laserterapia Ad alta potenza, Onde d’urto, Ultrasuono e CrioUltrasuoni).

Molto importante in questa fase il massaggio decontratturante del quadricipite, riflessogeno del retto femorale e il massaggio trasverso profondo del tendine rotuleo unito ad una buona esecuzione di esercizi di stretching della catena anteriore e posteriore per allentare le tensioni sul tendine stesso.

In fase subacuta si può iniziare il rinforzo muscolare eccentrico ed elastico del quadricipite e dei muscoli del core; in assenza di dolore si può passare al recupero del gesto specifico e ad esercitazioni preventive. La vera cura della tendinopatia è quindi la prevenzione, evitando i sovraccarichi.

FRATTURA DI TIBIA E PERONE

La frattura avviene quando la forza applicata è di un’intensità tale da superare la resistenza dell’osso.

Diversi sono i modi per descrivere e classificare le fratture:

– in base all’origine della frattura: traumatica, patologica (tipiche degli anziani);
– in base al meccanismo di frattura: diretto o indiretto;
– in base al decorso della rima di frattura: trasversa, obliqua, spiroide o longitudinale;
– in rapporto all’eventuale spostamento dei segmenti fratturati: composta o scomposta;
– in base all’integrità o meno della cute: chiusa od esposta;
– in base allo spessore dell’osso interessato dalla frattura: completa o incompleta;

a seconda della stabilità della frattura stessa: stabile o instabile.

In base alla sede della frattura si potranno distinguere 3 diversi distretti:
– terzo prossimale;
– terzo medio;
– terzo distale.

Tale distinzione è importante sia dal punto di vista riabilitativo che dal punto di vista prognostico, in quanto nelle fratture del terzo prossimale della tibia può essere coinvolta l’articolazione del ginocchio, mentre in quelle del terzo distale di tibia e/o perone potrebbe essere coinvolta l’articolazione tibio-tarsica.

Queste fratture interessano pazienti che hanno subito un incedente stradale oppure un trauma durante la pratica sportiva.

I sintomi principali di una frattura di tibia e perone sono il dolore, che può essere presente e con localizzazione diversa a seconda della sede della frattura; in realtà può essere irradiato a tutta la gamba; il gonfiore, in genere diffuso a tutta la gamba; è generalmente presente limitazione funzionale ed ematoma. La frattura meta-diafisaria tibiale in genere non comporta grosse limitazione del range articolare.

Nel caso di fratture tibiali trattate conservativamente (apparecchio gessato) si può iniziare con il programma riabilitativo. Questi sono i casi, ad esempio, delle fratture del terzo distale se la caviglia è stabile, la frattura non è scomposta o è lievemente scomposta (meno di 2 mm).

La frattura del perone può essere associata a frattura della tibia (frattura biossea) oppure essere isolata.

Nelle fratture peroneali da trauma indiretto sono frequenti le lesioni della tibio-tarsica.
Nel caso di fratture composte ed isolate, con buon allineamento dei capi ossei ed assenza di lesioni legamentose può essere effettuato un trattamento conservativo con apparecchio gessato, seguito da almeno 3 mesi di rieducazione, completando tutte e 5 le fasi della riabilitazione.

Il trattamento delle fratture peroneali associate a fratture tibiali segue quanto detto per queste ultime.

Il trattamento chirurgico si ha in caso di frattura del terzo medio, con l’utilizzo di un fissatore esterno; nel caso in cui la frattura sia distale e scomposta con interessamento della caviglia e relativa instabilità, vi durante questo tipo di procedura, i frammenti ossei vengono ricollocati nella loro posizione di origine (ridotti) e nel loro normale allineamento. Saranno poi tenuti insieme con viti speciali e piastre metalliche (placche in titanio) attaccati alla superficie esterna dell’osso.

Dopo il trattamento chirurgico è necessario un periodo riabilitativo, della durata, genericamente, di 4-6 mesi.

In caso invece di frattura scomposta del perone, questa si tratta con mezzi di sintesi, eseguita tramite placca e viti. Nel caso di associata lesione del legamento deltoideo della caviglia con apertura della pinza malleolare è opportuno un intervento di stabilizzazione articolare, seguito da riabilitazione post-chirurgica e recupero funzionale fino al ritorno allo sport.

Il percorso riabilitativo prevede una prima fase di controllo del dolore e recupero dell’articolarità attiva e passiva dell’anca, del ginocchio e della caviglia, accompagnato da un blando rinforzo muscolare.

Raggiunto l’obiettivo si può iniziare l’attività aerobica e la fase del recupero della forza con esercizi per il gastrocnemio, tibiale anteriore e posteriore, soleo, flessori e estensori e intrinseci del piede, quadricipite, gluteo flessori e muscoli del core; contemporaneamente si possono iniziare esercitazioni di propriocettiva e equilibrio via via più complesse.
Fondamentale è concludere il percorso riabilitativo con l’ultima fase del campo con esercitazioni ad andature specifiche dello sport praticato e una ripresa graduale e sicura del movimento e del gesto sportivo.